Qualche settimana fa è uscita la notizia. Logan Paul, youtuber, pugile, personaggio. Nell’agosto del 2021 comprò un NFT dalla collezione 0N1 Force per 188 ETH, circa 623.000 dollari al cambio di allora. Oggi il floor price di quella collezione è crollato a 0,08 ETH. Tradotto in dollari, poco più di 155. Un bagno di sangue del 99,9%. I titoli ovviamente si sono scritti da soli: “L’NFT da 635.000 dollari ora ne vale 155.” Il sottotesto, nemmeno troppo nascosto: gli NFT sono stati una truffa, chi ci ha messo soldi era un idiota, e chi li difende ancora è in malafede.
Tutto molto semplice. Troppo semplice.
Partiamo da un dettaglio che quasi nessuno ha menzionato. Quel numero, quei 155 dollari, è il floor price della collezione, il prezzo minimo a cui puoi comprare un qualsiasi NFT di quel progetto sul mercato secondario. Non è il prezzo a cui Logan Paul ha messo in vendita il suo. Non è una transazione avvenuta. È una stima derivata dal mercato, in un momento in cui il mercato intero degli NFT è in ginocchio. È come valutare il tuo appartamento in centro guardando il prezzo al metro quadro del monolocale più economico in periferia. Tecnicamente è un dato. Praticamente racconta una storia molto parziale.
Ma non è questo il punto. Il punto vero, quello che quasi nessuno tocca, è un altro.
Gli NFT sono stati davvero solo una grande follia senza senso?
Non compri la tecnica. Compri il significato.
Per rispondere serve fare un passo indietro. Non nella storia della blockchain, ma nella natura stessa di quello che facciamo quando compriamo qualcosa.
Quando qualcuno nel 2021 guardava un CryptoPunk, una delle primissime collezioni NFT mai lanciate, e diceva “ma è un disegno pixelato, perché dovrei pagarlo?”, stava facendo un errore di prospettiva enorme. Lo stesso errore che fa chi guarda un quadro di Rothko e dice “sono due rettangoli colorati, lo potevo fare anch’io.” L’errore è credere che il valore di un oggetto risieda nella sua tecnica, nella sua esecuzione materiale. Non è così. Non lo è mai stato.
I CryptoPunks sono stati lanciati a giugno del 2017, non nel 2021 come molti credono. Matt Hall e John Watkinson, due sviluppatori canadesi di Larva Labs, generarono algoritmicamente 10.000 avatar pixelati su Ethereum. All’inizio erano gratuiti, bastava avere un wallet e pagare le gas fee. Ci volle più di una settimana perché venissero tutti reclamati. Il termine “NFT” non esisteva ancora. Lo standard ERC-721, quello che oggi alimenta tutto il mercato dei non-fungible token, non era stato nemmeno proposto. Quei due stavano sperimentando, punto. Se il valore fosse nella tecnica, quei pixel non varrebbero nulla. Invece oggi un CryptoPunk costa mediamente oltre 50 ETH sul mercato, Christie’s e Sotheby’s li hanno battuti all’asta per milioni, e sono nelle collezioni permanenti del MoMA, del Centre Pompidou, del LACMA e dell’ICA Miami.
Perché? Perché non stai comprando un’immagine. Stai comprando la storia che quell’immagine rappresenta.
E questo non vale solo per gli NFT. Vale per tutto.
Pensateci. Chi compra un iPhone lo compra davvero per la scheda tecnica? Per il processore, per i megapixel della fotocamera? No. Lo compra per quello che rappresenta, per il senso di appartenenza a un ecosistema, per l’identità che trasmette. Basterebbe guardare i margini di profitto di certe aziende tecnologiche per capire che state pagando significato, non silicio. Ma la scheda tecnica serve a giustificare la spesa, a darci una narrazione razionale per una decisione che è profondamente emotiva.
Con l’arte è ancora più evidente. Anzi, con l’arte è la regola.
Il Picasso che non ti serve
Avere un Picasso in casa non ti migliora la vita in termini pratici. Non ti scalda, non ti nutre, non ti cura. Ma ti cambia lo status. Ti permette di sederti a un tavolo e parlare con persone che condividono quel mondo. Ti dà accesso a una conversazione che altrimenti ti sarebbe preclusa. Non perché qualcuno ti fermi alla porta, ma perché senza quella chiave, quel pezzo di appartenenza, non fai parte del gioco.
Non potete entrare nel mondo dei collezionisti d’arte senza una collezione. Potete guardarlo da fuori, potete studiarlo, potete perfino riprodurre a mano la Gioconda pixel per pixel. Ma non sarete parte di quel gruppo. Vi mancherà la materia prima. E la materia prima non è il quadro in sé. È il possesso dell’originale, il certificato, la provenienza, la storia.
Questo meccanismo è antico quanto l’umanità. Per quanto i francesi gridassero liberté, égalité, fraternité, per quanto ci sia oggi un movimento sociale fortissimo che spinge verso l’uguaglianza, la realtà è che ognuno di noi cerca di sentirsi speciale. Non per vanità. Per identità. Sentirsi speciali vuol dire aver sviluppato un senso di sé, aver definito chi siamo rispetto al mondo. E questo bisogno identitario si esprime anche, e forse soprattutto, attraverso quello che possediamo.
C’è uno psicologo, Abraham Maslow, che negli anni ’40 ordinò i bisogni umani in una piramide. Alla base ci sono quelli di sopravvivenza: mangiare, dormire, avere un tetto. Più sali, più i bisogni diventano astratti: appartenenza, stima, realizzazione personale. Il bisogno di appartenere a un gruppo, di sentirsi riconosciuti, sta nella parte alta di quella piramide. Viene dopo la sopravvivenza, dopo la sicurezza. Ed è comprensibile che chi fatica ad arrivare a fine mese guardi con disgusto qualcuno che spende centinaia di migliaia di dollari per un JPEG. Quel disgusto è legittimo. Ma non rende la dinamica meno reale.
Se vendiamo la banana, possiamo vendere gli NFT
E qui arriviamo al punto che fa saltare i nervi a molti.
Nel 2019 Maurizio Cattelan presentò Comedian ad Art Basel Miami Beach. Una banana attaccata al muro con del nastro adesivo. Le prime due edizioni furono vendute a 120.000 dollari l’una. La terza a 150.000. Nel novembre 2024, un’edizione è stata battuta all’asta da Sotheby’s a New York per 6,2 milioni di dollari, acquistata da Justin Sun, fondatore di Tron, una delle blockchain più utilizzate al mondo, che poi se la mangiò sul palco. L’acquirente riceve un rotolo di nastro adesivo, una banana e un certificato di autenticità con le istruzioni per l’installazione. La banana va sostituita quando marcisce.
Nel 2021, Salvatore Garau vendette una scultura invisibile, “Io Sono”, per 15.000 euro all’asta. L’acquirente ricevette un certificato di autenticità e le istruzioni per esporre un quadrato di 150 centimetri per lato, vuoto, senza ostruzioni. L’opera non esiste fisicamente. È aria e spirito, come disse l’artista.
Queste opere sono nel sistema dell’arte ufficiale. Sono esposte nei musei, battute nelle aste, studiate nelle accademie. Se il mondo dell’arte accetta una banana che marcisce e una scultura che non esiste, perché dovrebbe avere problemi con un’immagine digitale la cui proprietà è verificabile su una blockchain pubblica e immutabile?
La risposta è che non è una questione logica. È una questione di familiarità. L’arte tradizionale ha secoli di storia, di istituzioni, di narrativa condivisa. La blockchain ha quindici anni. Facciamo fatica ad accettare gli NFT come arte non perché siano meno legittimi, ma perché non ne conosciamo ancora la storia. Non la sentiamo nostra.

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Ma questo cambierà.
La blockchain non è il prezzo di Bitcoin
C’è un errore fondamentale che si ripete ogni volta che si parla di blockchain con chi non è del settore. La blockchain viene ridotta a Bitcoin. Bitcoin viene ridotto al suo prezzo. E il prezzo sale o scende, quindi la blockchain è speculazione, quindi è truffa, quindi è aria fritta.
No.
La blockchain è un’infrastruttura. Come internet lo era negli anni ’90, quando la gente diceva “a cosa serve?” e chi ci lavorava veniva guardato come un pazzo o un imbroglione. Non è un asset. Non è un investimento. È un modo completamente nuovo di registrare, verificare e scambiare valore senza intermediari. E come tutte le infrastrutture rivoluzionarie, ci metterà tempo a diventare invisibile, a sparire nel tessuto della quotidianità.
Quando questo accadrà, quando la blockchain sarà ovunque senza che nessuno la noti, quei primi esperimenti, quei CryptoPunks del 2017, quelle collezioni che oggi vengono derise, diventeranno i reperti archeologici di una rivoluzione. Non per il loro valore estetico. Per il loro valore storico.
Comprare un CryptoPunk oggi non è comprare un’immagine pixelata. È comprare un pezzo della storia di internet. Come possedere una lettera autografa di Tim Berners-Lee, o un prototipo del primo iPhone. Il valore non è nell’oggetto. È in quello che l’oggetto rappresenta nel continuum della storia tecnologica.
Logan Paul non ha buttato i soldi
Torniamo a Logan Paul. Quando nell’agosto 2021 spese 188 ETH per quel “Bumblebee” della collezione 0N1 Force, stava facendo una dichiarazione. Non stava investendo. Stava dicendo: io sono qui, io faccio parte di questo momento, io sono abbastanza visionario (o abbastanza ricco, o abbastanza folle) da scommettere su qualcosa che la maggior parte delle persone non capisce.
Era un sacrificio economico? Per uno che nello stesso anno rivelò di aver speso 2,6 milioni in NFT e che ha venduto una carta Pokémon per quasi 16,5 milioni di dollari? No. Non più di quanto lo sia per un miliardario comprare un’opera d’arte a un’asta di beneficenza. Il gesto conta più della cifra.
E quel gesto, quella dichiarazione di appartenenza, non perde valore perché il floor price della collezione è crollato. Logan Paul può ancora raccontare di essere stato tra i primi. Di aver partecipato a quel momento. Di aver avuto il coraggio, o l’incoscienza, di buttarsi dentro quando tutti guardavano con scetticismo. E nel futuro, se la blockchain manterrà le promesse che chi ci lavora intravede, quel racconto avrà un peso enorme.
L’eroe deve morire prima di diventare leggenda
C’è una struttura narrativa che si ripete da millenni. Joseph Campbell la chiamava il viaggio dell’eroe. L’eroe parte, affronta prove, viene sconfitto, muore simbolicamente, e poi risorge trasformato. Ogni storia che ci appassiona segue questo schema. Ogni leggenda ha bisogno di un momento di caduta.
Gli NFT stanno vivendo la loro morte simbolica. I prezzi sono crollati, i volumi di scambio si sono prosciugati, i titoli dei giornali li danno per finiti. E questo è esattamente quello che deve succedere perché la storia funzioni. Nessuno racconta la storia di qualcosa che è andato sempre bene. Raccontiamo le storie di chi è caduto e si è rialzato. Di chi è stato dato per morto e poi ha cambiato il mondo.
Non tutti gli NFT risorgeranno, sia chiaro. Su miliardi di progetti, la stragrande maggioranza rimarrà a zero. Come nell’arte tradizionale: per ogni Picasso che diventa immortale, ci sono migliaia di pittori che restano sconosciuti. Non è una questione di merito tecnico. Sono dinamiche complesse, spesso imprevedibili, che determinano chi entra nella storia e chi no.
Ma il concetto di fondo, l’idea che la proprietà digitale verificabile abbia valore, che la storia della blockchain meriti di essere raccontata e posseduta, quello rimarrà.
Non c’è bianco e nero
La tesi “gli NFT sono stati una follia collettiva” è comoda. È semplice. Sta in un tweet. Ma non è onesta.
È vero che c’è stata una bolla. Le bolle fanno parte della storia dell’umanità. Abbiamo avuto la bolla dei tulipani nel Seicento olandese. I tulipani non erano essenziali per la vita delle persone, eppure per un periodo valevano più di una casa ad Amsterdam. E i tulipani esistono ancora. I Paesi Bassi sono ancora il più grande esportatore di fiori al mondo. La bolla scoppiò, il mercato si normalizzò, ma il fiore non smise di avere valore.
È vero che molte persone hanno perso soldi. Gente che ha venduto l’auto per comprare un Bored Ape al picco del mercato, trascinata dal momento, dalle emozioni, dalla FOMO. Quella è follia. È scommettere tutto su una mano sola perché il tavolo era caldo e tutti intorno alzavano la posta. E per quelle persone, sì, è stata una follia. Un errore doloroso.
Ma questo non cancella il significato più profondo di quello che è successo. Non cancella il fatto che per la prima volta nella storia, la proprietà digitale è diventata verificabile, trasferibile e indipendente da qualsiasi intermediario. Non cancella il fatto che artisti digitali hanno potuto monetizzare il proprio lavoro in modi prima impossibili. Non cancella il fatto che Sotheby’s e Christie’s hanno riconosciuto questa forma d’arte, che i musei più importanti del mondo la espongono.
I prezzi che vedete oggi non rappresentano il valore di quegli oggetti. Rappresentano la percezione di questo momento, dettata dagli umori, dai cicli, dalla paura e dall’avidità che da sempre muovono i mercati. Domani la percezione cambierà. Come è sempre cambiata.
Il tema non è se gli NFT valgono 155 dollari o 635.000. Il tema è capire cosa stavano comprando davvero le persone. E prima di liquidare tutto con un titolo, forse vale la pena fermarsi e chiedersi: sto guardando il prezzo o sto guardando il significato?
Perché il prezzo cambia ogni giorno. Il significato, se c’è, resta.
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