La guerra civile di Aave: chi possiede davvero un protocollo decentralizzato?

Aave è nel mezzo della più grande crisi di governance della storia DeFi. Un'integrazione con CoW Swap ha innescato uno scontro frontale tra la DAO e Aave Labs su revenue, brand e proprietà intellettuale. Il voto è in corso, ma la posta in gioco va oltre un singolo protocollo.
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Mentre il resto del mondo cripto festeggiava la chiusura dell’indagine SEC senza conseguenze, Aave si stava lacerando dall’interno. Quella che è esplosa nelle ultime settimane non è una semplice disputa di governance: è un conflitto esistenziale che mette in discussione le fondamenta stesse del modello DAO. E il tempismo, con un voto lanciato a ridosso di Natale mentre i grandi holder sono in vacanza, ha solo gettato benzina sul fuoco.

La scintilla

Il 4 dicembre Aave Labs annuncia una partnership con CoW Swap per migliorare gli swap sull’interfaccia del protocollo. Migliore esecuzione, protezione MEV, roba tecnica. Nessuno ci fa caso.

Una settimana dopo, un delegato pseudonimo di nome EzR3aL pubblica un’analisi on-chain che cambia tutto: le fee generate da questa integrazione non finiscono nella treasury della DAO come accadeva prima con ParaSwap. Finiscono in un wallet controllato da Aave Labs. Marc Zeller, il delegato più influente dell’ecosistema e fondatore dell’Aave Chan Initiative, non usa mezzi termini: la chiama “privatizzazione silenziosa” e stima il danno in circa 10 milioni di dollari l’anno sottratti ai tokenholder.

La risposta di Aave Labs traccia una linea netta: il frontend è nostro, lo paghiamo noi, le revenue sono nostre. La DAO possiede gli smart contract, non il sito web. Fine della discussione.

Ma la discussione era appena iniziata.

L’escalation

Il 16 dicembre la temperatura sale di parecchi gradi. Un tokenholder che si fa chiamare tulipking pubblica quella che battezza “poison pill”: una proposta nucleare che chiede alla DAO di fare causa ad Aave Labs per sequestrare tutto il codice, la proprietà intellettuale e il brand, convertire l’azienda in una sussidiaria della DAO, e recuperare tutte le revenue passate generate sfruttando il marchio Aave.

Lo stesso giorno arriva una proposta più moderata ma comunque radicale, firmata da Ernesto Boado, ex CTO di Aave Labs e oggi co-fondatore di BGD Labs. La logica è semplice: se la DAO finanzia lo sviluppo e il marketing, la DAO dovrebbe possedere trademark, domini, social, repository GitHub e naming rights. Non si tratta di chiedere un favore, scrive Boado. Si tratta di far corrispondere la governance alla realtà di chi ha costruito, mantenuto e fatto crescere il protocollo negli ultimi quattro anni.

Zeller definisce la proposta di tulipking “la più importante nella storia della governance di Aave”. Perché non riguarda solo Aave: riguarda come dovrebbero essere valutati tutti i token di governance.

Il colpo di mano

Il 22 dicembre, mentre mezzo mondo è già in modalità vacanze, Aave Labs porta la proposta di Boado a votazione su Snapshot. C’è solo un problema: Boado non ne sapeva nulla. In un post furioso su X dichiara che la proposta è stata sottoposta al voto con il suo nome sopra, senza nemmeno informarlo. La definisce “disgraceful” e invita tutti ad astenersi.

Zeller rincara: parla di “tentativo di takeover ostile”, critica il timing natalizio che limita la partecipazione degli investitori istituzionali, e nota come nuove delegazioni abbiano acquisito voting power significativo proprio prima dello snapshot. Coincidenze, certo.

Stani Kulechov, fondatore di Aave e CEO di Avara (la parent company di Aave Labs), difende la mossa sostenendo che la community era “stanca di questa discussione” e pronta a decidere. Poi vota contro con circa 333.000 AAVE, un terzo del potere di voto espresso fino a quel momento.

I numeri parlano chiaro: circa il 67% vota contro il trasferimento degli asset alla DAO, il 28% si astiene seguendo l’indicazione dell’Aave Chan Initiative, e meno del 3% vota a favore. Il voto si chiude il 26 dicembre, ma l’esito sembra già scritto.

Chi ha costruito davvero Aave?

Per capire questo conflitto bisogna guardare indietro. Tra il 2021 e il 2022, la società precedentemente nota come “Aave Companies” si è ribattezzata Avara, prendendo esplicitamente le distanze dal protocollo. Il focus si è spostato verso altre venture, in particolare Lens. Non è un giudizio morale: le aziende private allocano risorse dove vedono opportunità.

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Ma nel frattempo qualcuno doveva far girare la macchina. E quel qualcuno è stato l’ecosistema di service provider della DAO: Chaos Labs, LlamaRisk, BGD Labs, TokenLogic, l’Aave Chan Initiative. Sono loro che hanno gestito il risk management, gli aggiornamenti dei parametri, il coordinamento della governance, gli upgrade tecnici, le integrazioni strategiche. Non manutenzione passiva: crescita attiva e compound di market share.

L’onboarding di EtherFi e dell’intera onda LRT, l’integrazione con Ethena, l’ecosistema Pendle, l’espansione BTCfi, il deployment su Plasma diventato il secondo network più grande per Aave, le integrazioni con MetaMask, Rabby, Kraken, OKX… Se interagisci con Aave oggi, con alta probabilità stai usando collateral market, flussi di borrowing, parametri di rischio o programmi di incentivi progettati, implementati e mantenuti da service provider indipendenti della DAO. Non dall’azienda originale.

E quanto è costato tutto questo? L’Aave Chan Initiative ha reso pubblici i propri numeri: circa 3.5 milioni di dollari approvati in tre anni per un team di 11 persone, con importi realizzati inferiori per via di ristrutturazioni e tempistiche. Confrontalo con i 169 milioni di dollari di revenue annuale del protocollo e i 22.56 milioni record del Q4 2025. Non è estrazione: sono professionisti pagati per far funzionare il motore, strutturalmente allineati con il token.

Molti dei talenti che hanno costruito Aave oggi lavorano sul lato DAO, non dentro Avara. Ernesto Boado stesso, ex CTO, ora guida BGD Labs come entità indipendente. È un pattern: una porzione significativa del “genesis talent” e dei builder più strategici oggi opera nell’ecosistema DAO.

Cosa succede adesso

Se il voto conferma il “no”, e tutto indica che lo farà, si aprono scenari interessanti. La DAO potrebbe forkare il frontend e operare indipendentemente, catturando le fee ma assumendosi responsabilità enormi su sicurezza, manutenzione e operazioni. Potrebbe emergere una battaglia legale, probabilmente in Wyoming. Oppure, più realisticamente, la DAO potrebbe accettare il risultato e andare avanti, consapevole di non possedere brand, IP, social, GitHub o naming rights.

Nel frattempo AAVE ha perso circa il 18% in una settimana. Una whale ha scaricato 37.8 milioni di dollari in token. Kulechov, dal canto suo, ha continuato a comprare: oltre 84.000 AAVE accumulati a un costo medio di 176 dollari, con una perdita non realizzata di 2.2 milioni. Pelle nel gioco, come si dice.

La domanda che conta

Questo conflitto va oltre CoW Swap e le fee del frontend. Solleva la questione irrisolta della DeFi: chi possiede davvero un protocollo? Il codice on-chain? L’interfaccia che gli utenti vedono? Il brand che genera fiducia?

La tensione tra governance decentralizzata e team centralizzati che guidano l’esecuzione diventa sempre più difficile da ignorare man mano che i protocolli scalano. Token vs equity, governance come “utility”, separazione tra protocollo e prodotto: l’industria dibatte su questi temi da anni senza trovare risposte.

Aave sta per darne una, che lo voglia o meno. E qualunque sia, creerà un precedente per tutti gli altri.

Come ha scritto un investitore osservando la vicenda: “La situazione Aave Labs è probabilmente il dibattito più importante sui diritti dei tokenholder in corso oggi. Non riguarda solo Aave. Riguarda tutti quelli che guardano con crescente preoccupazione.”

L’oca che depone le uova d’oro non si è nutrita da sola. Ma chi la possiede?

Alberto Cuculachi
Sono Alberto. Seguo la blockchain dal 2013. Ho fondato DeFi Talks nel 2021, raggiungendo oltre 500.000 persone in più di 100 paesi. Scrivo per Cointelegraph e TradingOn cercando di tagliare il rumore crypto. Credo che il miglior investimento sia capire il gioco a cui stai giocando.
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