Quando pensi di aver visto tutto nel mondo crypto, arriva sempre qualcosa di peggio. Pump.fun, la piattaforma che ha trasformato Solana nel casinò delle meme coin, è al centro di una causa legale che sta assumendo contorni grotteschi: chat interne trapelate, accuse di racket, minacce di violenza sessuale agli avvocati, e meme coin create apposta per molestare i querelanti. Il tutto mentre i dati mostrano che il 98.6% dei token lanciati sulla piattaforma presenta comportamenti da rug pull.
Benvenuti nel lato oscuro della finanza decentralizzata.
La genesi del caos
La storia inizia a gennaio 2025, quando lo studio legale Burwick Law e Wolf Popper depositano una class action contro Pump.fun presso il tribunale federale di New York. L’accusa iniziale è relativamente semplice: la piattaforma avrebbe venduto titoli non registrati sotto forma di meme coin, violando il Securities Act del 1933. Il caso parte dal token PNUT (Peanut the Squirrel), che aveva raggiunto una capitalizzazione di un miliardo di dollari prima di crollare.
Ma questo era solo l’antipasto.
A luglio 2025 la causa si espande drammaticamente. Non più solo Pump.fun e i suoi tre fondatori (Alon Cohen, Dylan Kerler e Noah Tweedale). Ora sul banco degli imputati siedono anche Solana Labs, la Solana Foundation, i co-fondatori Anatoly Yakovenko e Raj Gokal, il presidente della fondazione Lily Liu, e persino Jito Labs con la sua infrastruttura MEV.
L’accusa? Aver operato congiuntamente un “casinò digitale truccato”, una “slot machine estrattiva” che garantiva vantaggi sistematici agli insider mentre i trader retail venivano sistematicamente spennati. I querelanti stimano perdite tra i 4 e i 5.5 miliardi di dollari. E chiedono l’applicazione del RICO, la legge federale originariamente pensata per combattere il crimine organizzato.
I 5.000 messaggi che cambiano tutto
A settembre 2025 i difensori chiedono l’archiviazione. Il caso è troppo vago, sostengono. Non ci sono prove concrete di coordinamento tra le parti. L’esistenza di investitori comuni tra Solana Labs e Jito Labs non dimostra nulla.
Poi, un colpo di scena: un informatore confidenziale, irreperibile per mesi, ricontatta gli avvocati dei querelanti e consegna oltre 5.000 messaggi interni. Chat che, secondo i legali, documentano discussioni in tempo reale tra ingegneri di Pump.fun, Solana Labs e Jito Labs riguardo l’integrazione di componenti software chiave, il funzionamento dei validatori, l’esecuzione prioritaria delle transazioni e i meccanismi di lancio dei token.
Il 9 dicembre 2025 la giudice Colleen McMahon autorizza i querelanti a presentare una denuncia emendata che includa queste nuove prove. La scadenza è fissata per il 7 gennaio 2026. Successivamente emergono altri 10.000 messaggi, portando il totale a circa 15.000 documenti da analizzare.
Gli avvocati dei querelanti sostengono che questi log rivelano “una rete di frode attentamente progettata”, dimostrando che il rapporto tra Pump.fun, Solana e Jito andava ben oltre la semplice partnership tecnica.
Il cuore del problema: MEV e front-running
Per capire le accuse bisogna capire il MEV, il Maximal Extractable Value. In sostanza, è la capacità di chi controlla l’ordine delle transazioni in un blocco di estrarre profitto riordinandole a proprio vantaggio. Immagina di sapere che qualcuno sta per comprare una grossa quantità di un token: ti metti davanti nella coda, compri prima, e poi rivendi a prezzo maggiorato quando l’altro ordine fa salire il prezzo.
Secondo la causa, Jito Labs avrebbe sviluppato l’infrastruttura che permetteva a certi trader di pagare “tip” per saltare la coda. Pump.fun avrebbe fatto da vetrina, lanciando token presentati come “fair launch” mentre in realtà gli insider avevano accesso prioritario. Solana Labs avrebbe fornito l’infrastruttura dei validatori che rendeva possibile il controllo sull’ordine delle transazioni.
Il risultato? Un sistema dove, come recita la causa, “i defendant erano sempre garantiti di vincere. Le fee si accumulavano che un token avesse successo o fallisse.”
Jito Labs e i suoi dirigenti sono stati rimossi dalla causa a settembre 2025, ma le accuse contro Solana Labs e Pump.fun procedono.
Quando il trolling diventa intimidazione
Ma la vicenda ha preso una piega ancora più inquietante. Il 22 dicembre 2025, Burwick Law ha depositato una “Notice of Defendant Misconduct” denunciando una campagna di molestie sistematiche.
Secondo il documento, a partire dal 15 dicembre sono apparse meme coin che utilizzavano nomi e fotografie dei querelanti. Un token ha preso di mira specificamente Sooner Payments, l’azienda di uno dei querelanti, causando danni reputazionali e associandola falsamente ad asset speculativi. Altri token hanno usato il nome e il logo dello studio legale senza autorizzazione.
Ma il punto più grave riguarda un account X affiliato ufficialmente a Pump.fun, operante sotto l’handle “@onchainrapist”, che avrebbe minacciato esplicitamente di violenza sessuale l’avvocato Max Burwick. Non stiamo parlando di volgarità da internet: secondo il deposito legale, si tratta di “una minaccia mirata di violenza sessuale diretta a un avvocato per aver rappresentato i querelanti in una causa federale”.

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Non è la prima volta. Già a gennaio 2025 erano stati creati token che usavano l’immagine degli avvocati in modo molesto, pubblicavano numeri di telefono dei clienti generando ondate di spam, e prendevano di mira persino la madre e la sorella disabile del managing partner dello studio legale. Erano stati presentati rapporti alla polizia.
“Sono minacciato di stupro e omicidio per aver rappresentato i miei clienti”, ha scritto Burwick su X. “Le minacce di violenza non ci fermeranno dall’adempiere ai nostri doveri etici come avvocati.”
I numeri che parlano da soli
Al di là del caso giudiziario, i dati sulla piattaforma sono eloquenti. Secondo Solidus Labs, il 98.6% dei token lanciati su Pump.fun ha mostrato comportamenti da rug pull. Su Raydium, uno dei principali DEX di Solana, il 93% dei pool mostra caratteristiche di soft rug. Nel solo 2024, i rug pull su Solana hanno causato perdite stimate in 500 milioni di dollari.
Pump.fun ha generato oltre 850 milioni di dollari in fee dalla sua nascita a gennaio 2024. La causa sostiene che la piattaforma abbia incassato 722.85 milioni da quella che i querelanti definiscono un'”impresa di gioco d’azzardo illegale”.
I volumi settimanali della piattaforma sono crollati di oltre l’80% rispetto al picco di gennaio 2025. Il token PUMP ha perso il 78% dal suo massimo storico.
Cosa significa per i degen
Se la causa dovesse avere successo, le implicazioni andrebbero ben oltre Pump.fun. I querelanti non chiedono solo risarcimenti: vogliono che le aziende coinvolte siano poste in amministrazione controllata, che vengano chiuse a meno di ottenere licenze per il gioco d’azzardo e la trasmissione di denaro, che implementino KYC e procedure antiriciclaggio, e che restituiscano tutti i “guadagni illeciti”, incluso l’apprezzamento di SOL attribuibile allo schema.
Questo caso potrebbe stabilire un precedente su come i tribunali americani trattano la responsabilità dei fornitori di infrastruttura blockchain quando i loro sistemi permettono accesso prioritario o vantaggi informativi asimmetrici durante le vendite pubbliche di token.
Per chi ancora gioca su queste piattaforme, il messaggio dovrebbe essere chiaro: i regolatori stanno iniziando a trattare i launchpad di meme coin come piattaforme finanziarie reali, non come simpatici casinò di internet. Se i tribunali trovano prove di manipolazione, aspettatevi regole più stringenti, KYC obbligatorio, o chiusure totali delle venue più selvagge.
La domanda che nessuno vuole sentire
C’è un elefante nella stanza che la community crypto preferisce ignorare: se il 98% dei token su una piattaforma sono rug pull, e quella piattaforma continua a operare incassando centinaia di milioni in fee, chi è davvero responsabile?
La difesa di Pump.fun si basa sulla distinzione tra piattaforma e utenti: noi forniamo solo lo strumento, sono gli utenti che creano i token truffaldini. È lo stesso argomento usato da Jito: sarebbe come ritenere responsabile un produttore di modem ad alta velocità per le attività illegali su internet.
Ma quando l’infrastruttura è progettata in modo da dare vantaggi sistematici a certi attori, quando le fee si accumulano indipendentemente dal fatto che i token abbiano successo o falliscano, quando le statistiche mostrano che praticamente tutti i lanci sono truffe, la linea tra “piattaforma neutrale” e “complice” diventa molto sottile.
La prossima udienza è fissata per gennaio 2026. Nel frattempo, nuove meme coin continueranno a essere lanciate, nuovi trader retail continueranno a perdere soldi, e il circo andrà avanti.
L’unica certezza è che, qualunque sia l’esito, questo caso definirà i confini di ciò che è permesso nel far west delle meme coin. E forse, finalmente, qualcuno dovrà rispondere della carneficina.
PS: questi sono i fatti tradotti dal legalese, ma se ci atteniamo al mondo reale dove le chiacchiere lasciano spazio al pragmatismo, verrebbe da dire “tanto rumore per nulla”. Non fraintendete, il tema dell’estrazione del valore tramite memecoin è reale, ma non lo scopriamo oggi. Ed è altresì evidente che la situazione abbia assunto contorni grotteschi. E chissà magari i querelanti nel frattempo sono short su $PUMP…
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