Across Protocol da token a equity: progresso o resa per le crypto?

Across Protocol propone di convertire il token ACX in azioni di una C-corp americana. Analizziamo perché è una mossa controversa e cosa significa per il futuro delle DAO e della DeFi.
Indice

Le crypto sono nate con una promessa: compri un token, partecipi al progetto, lo scambi quando vuoi, da qualunque parte del mondo. Niente intermediari, niente barriere. Oggi Across Protocol, uno dei protocolli di interoperabilità più rilevanti nell’ecosistema, propone di fare esattamente il contrario: prendere il suo token, toglierlo dal mercato, e trasformare tutto in una società per azioni americana. E la parte peggiore è che le ragioni per farlo non sono nemmeno tutte sbagliate.

La proposta

Risk Labs, il team che sviluppa Across, ha pubblicato un “temperature check” sul forum di governance con il titolo “The Bridge Across”. L’idea è creare una C-corp americana, AcrossCo, che diventi il soggetto operativo del protocollo. Chi ha il token si trova davanti a due strade. La prima: convertire i propri token in azioni della nuova società, rapporto 1:1. Se hai più di 5 milioni di token, lo fai direttamente; sotto quella soglia passi da un veicolo (SPV) con un minimo di ingresso di 250.000 token, più o meno 10.000 dollari. La seconda strada: vendi tutto a 0,04375 dollari per token, un buyout in USDC che il team presenta come un premio del 25% sulla media a 30 giorni. Prezzo che come si vede dal grafico è già stato ampiamente bucato post prop

Across Protocol da token a equity: progresso o resa per le crypto?

Se la community è d’accordo, il voto su Snapshot dovrebbe tenersi entro fine marzo. Hart Lambur, il fondatore, ha spiegato che basta la maggioranza semplice: il 41% a favore contro il 39% contrario, con un 20% di astenuti, e la proposta passa.

Perché succede

Le DAO hanno un problema grosso, e non è un segreto per nessuno: nel mondo reale funzionano male. Prova a chiudere una partnership con un’azienda, a firmare un contratto vincolante, a strutturare un accordo commerciale con una controparte istituzionale. Ti serve un soggetto giuridico, qualcuno che possa sedersi dall’altra parte del tavolo e firmare. Una DAO non può farlo.

Il team di Across non ci gira intorno: l’interesse da parte di attori istituzionali per la loro infrastruttura è cresciuto, ma ogni volta che si tratta di andare a chiudere, la struttura DAO diventa un ostacolo. I partner vogliono contratti veri, non votazioni on-chain.

Poi c’è il contesto. Il Clarity Act americano, che dovrebbe mettere ordine nella regolamentazione crypto, è ancora in stallo, impantanato nella palude politica di Washington. I team crypto si ritrovano a navigare un vuoto normativo dove ogni mossa è un potenziale problema legale. La pressione è concreta. L’abbiamo vista nella diatriba su Aave, e adesso la vediamo con Across.

E Across non è un progetto qualsiasi. Ha raccolto 51 milioni di dollari in due round: l’ultimo da 41 milioni guidato da Paradigm, con Bain Capital Crypto, Coinbase Ventures e Multicoin Capital a bordo. Ha processato oltre 35 miliardi di dollari di volume. È tra i creatori dello standard ERC-7683 per gli intents cross-chain. Stiamo parlando di infrastruttura, non di un memecoin. E proprio per questo la scelta di abbandonare il modello token ha un peso diverso.

Cosa non torna

Partiamo dal buyout. Nella stessa proposta il team scrive nero su bianco che il token è “significativamente sottovalutato”. E poi ti offre di uscire proprio a quel prezzo, con un 25% sopra che sembra generoso solo finché non ci ragioni. Il token è già raddoppiato dopo l’annuncio, e quell’offerta a 0,04375 è diventata carta straccia nel giro di ore. Se tu per primo dici che il progetto vale di più, non puoi proporre alla gente di uscire a sconto. O meglio, puoi, ma non puoi presentarla come un favore.

Poi c’è il discorso dell’accesso, e qui la cosa si fa seria. Per entrare nello SPV, gli investitori americani devono essere “accredited investors”, ossia dimostrare di avere un certo patrimonio. E i posti sono contati: 100 per gli americani, 500 per tutti gli altri. Chi resta fuori ha solo il buyout.

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Fermiamoci un attimo: il token lo poteva comprare chiunque, in qualsiasi momento, da qualsiasi paese. Per l’equity servono requisiti patrimoniali, residenza giusta, e un posto libero nella lista. Stai prendendo qualcosa di aperto e globale e lo stai chiudendo dentro le regole della finanza tradizionale. È esattamente il contrario di quello che le crypto dovrebbero rappresentare.

E in effetti la direzione logica sarebbe l’opposta: tokenizzare l’equity, non de-tokenizzare il token. Prendere le azioni di una società e metterle on-chain, renderle scambiabili senza intermediari. Quello sarebbe un passo avanti. Quello che propone Across è un passo indietro.

C’è anche la questione della liquidità. Il token lo scambi quando vuoi su un DEX. Le azioni di una C-corp privata le tieni in un cassetto finché la società non si quota o qualcuno la compra. Se un giorno decidono di fare un’IPO, quella liquidità rientra nel circuito della finanza tradizionale, non in quello crypto. Gli holder passano da un mercato aperto 24/7 a uno dove non hanno voce in capitolo su tempi e modi di uscita.

La teoria del complotto (ma neanche tanto)

Vale la pena chiedersi se dietro a tutta l’operazione non ci sia qualcosa di più semplice: una vendita. Se Across stesse trattando un’acquisizione con un attore della finanza tradizionale, convertire prima i token in equity sarebbe il modo pulito per farlo. Nessun rug pull, nessun holder lasciato a piedi: tutti diventano azionisti prima della cessione.

Se fosse così, sarebbe paradossalmente una mossa onesta. Ma il punto è che nessuno lo dice, e chi deve decidere se convertire o vendere avrebbe il diritto di saperlo.

Il rischio vero

Il problema più grande non è Across di per sé. È se diventa un precedente. Se altri protocolli vedono che si può fare e decidono di seguire la stessa strada, ci ritroviamo con un settore che per dieci anni ha predicato apertura e decentralizzazione e poi, un progetto alla volta, torna alle strutture chiuse di sempre.

Penso a Polymarket, per esempio. Se il precedente di Across li convince a non lanciare mai un token, sarebbe un danno enorme. Un prediction market senza token è solo un’app con un database, punto.

I limiti delle DAO sono reali, la necessità di un’entità legale per fare business con le istituzioni è reale, il vuoto normativo è reale. Tutto vero. Ma la risposta non può essere smontare l’unica cosa che distingueva questi progetti da una startup tradizionale. Se dopo 51 milioni raccolti e 35 miliardi di volume processato l’unica via è tornare al modello societario classico, allora forse il problema non è la struttura. Forse è che non abbiamo ancora capito come far funzionare davvero quello che abbiamo inventato.

Alberto Cuculachi
Sono Alberto. Seguo la blockchain dal 2013. Ho fondato DeFi Talks nel 2021, raggiungendo oltre 500.000 persone in più di 100 paesi. Scrivo per Cointelegraph e TradingOn cercando di tagliare il rumore crypto. Credo che il miglior investimento sia capire il gioco a cui stai giocando.
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